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COME SONO DIVENTATA UNA PSICOLOGA DI COMUNITà, DOPO AVER ESPLORATO VARIEGATI SENTIERI
Magari qualcuno di voi non sa ancora bene, cosa davvero preferirebbe fare da grande: troverete la vostra strada se esplorerete varie opzioni possibili.
Io ho frequentato alle superiori il Collegio Europeum, un istituto sperimentale a Stresa sul Lago Maggiore, imparando lingue (francese, tedesco, inglese) e sognando una Europa unita. Un professore emigrato dall’Ungheria dopo l’occupazione russa, convince i miei genitori a permettermi di partecipare alle selezioni per studiare negli USA e mi ritrovo a 17 anni, nel 1961 in Iowa in un una scuola superiore dove si poteva studiare, ma fare anche molto sport, teatro, cantare nel coro, e soprattutto partecipare ai balli. Conosco tanti altri studenti di tutto il mondo e incontro Kennedy alla Casa Bianca, durante una riunione di borsisti stranieri.
Mi iscrivo alla Scuola Interpreti di Milano, nel 1963 faccio uno stage di tre mesi a Bruxelles i per migliorare il mio francese, lavoro sei mesi in Germania come interprete a Monaco, dove incontro un matematico che si innamora di me e mi convince a frequentare l’Università del Texas per esplorare altri orizzonti. Dal 1964-65 studio lingue e letteratura, ma anche psicologia, sociologia, biologia e fisica, lavorando per mantenermi come segretaria del progetto Peace Corps.
In un Texas molto conservatore, partecipo alle lotte studentesche, alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, e per l’ammissione dei neri a università bianche. Dopo aver avuto la possibilità di fare due Master, in letteratura francese a Rice e psicologia clinica nella U. Houston, scelgo di fare un dottorato in psicologia sperimentale. Dopo un anno ho optato per il dottorato in psicologia clinica con opportunità di fare pratica in molti servizi e ricerche intervento e per non farmi mancare niente inizio una tesi di dottorato sulla psicologia ambientale.
Faccio un tirocinio fantastico a Boston al Southshore Mental Health Center e scopro la psicologia di comunità, il femminismo, la controcultura e le comuni. Dal 1970-1972 imparo con gli psicologi di comunità a diminuire il disagio mentale lavorando nelle scuole dall’elementari alle superiori; promuovendo gruppi di mutuo aiuto, e creando nuovi servizi con la partecipazione degli utenti. Con la supervisione settimanale di noi quattro tirocinanti, ognuno impegnato in una città diversa, scopriamo il potere del lavoro di gruppo.
Ad esempio il mio super visore mi ha spinto a incontrare alle sette a colazione religiosi cattolici, protestanti e ebrei, e la sera sindaco e assessori per capire i ”desideri“ dei cittadini più bisognosi. Io ho facilitato la creazione di due nuovi servizi: Drop in per adolescenti, e Centro anziani. Psicologici clinici mi hanno sorretta nelle prime psicoterapie individuali anche in situazioni delicate (la mia prima paziente dopo solo 4 sedute è stata uccisa dal suo partner) e imparo come lavorare in gruppo con tossicodipendenti (con spacciatori fuori dal centro che li aspettavano all’uscita).
Frequento i gruppi di Robert Bales a Harvard, e scopro l’ala radicale della psicologia di comunità con Ira Goldberg (1971) che documenta come il disagio sia più diffuso nelle comunità economicamente e culturalmente svantaggiate e che occorreva lottare per cambiamenti strutturali politico-economici e partecipo and una ricerca sulle comuni familiari.
Da Philip Slater (1970) che ha creato un Corso annuale di formazione per attivisti a cui io ho partecipato con docenti come Perls e Rogers, attivisti politici, femministe, politologi e sociologi, che avevano in comune l’obiettivo di utilizzare i saperi e i saper fare delle scienze sociali per costruire una società più giusta, con maggiori diritti e opportunità per tutti.
Da Philip Slater (1970) che ha creato un Corso annuale di formazione per attivisti a cui io ho partecipato con docenti come Perls e Rogers, attivisti politici, femministe, politologi e sociologi, che avevano in comune l’obiettivo di utilizzare i saperi e i saper fare delle scienze sociali per costruire una società più giusta, con maggiori diritti e opportunità per tutti.
Tornata in Italia, abbiamo fondato la rivista femminista Effe, che potete sfogliare nel sito www.efferivistafemminista.it Raffaello Misiti mi ha inviato dal suo amico Lillo De Grada per farmi riconoscere il dottorato di ricerca statunitense perché voleva che lavorassi al CNR per la nascente psicologia ambientale. De Grada mi chiede cosa volevo studiare in futuro, io rispondo che desideravo occuparmi dei ruoli di uomini e donne nelle famiglie e nelle comuni familiari, e fare ricerca in psicologia ambientale e psicologia di comunità. De Grada mi propone di insegnare nel terzo anno del nuovo corso di laurea in psicologia, mi rassicura che il suo amico Misiti capirà che sono più utile all’università che al CNR e lui mi aiuterà a fare le mie ricerche e mantiene la parola.
E io pubblico nel 1974 Famiglie aperte la comune, nel 1975 Psicologia ambientale (Schemi e immagini di una città), nel 1977 Psicologia di comunità, e nel 1979 Personalità e questione femminile, dove si parla del movimento delle donne che si oppongono all’oppressione che la donna subisce nei vari contesti in cui vive.
Negli ultimi decenni ho cercato di sviluppare la psicologia di comunità in Italia e in Europa che ora è insegnata in Italia in 40 università, ma è molto meno diffusa della psicoterapia, io penso che nell’era dell’individualismo occorra sostenere il “noi” e sviluppare un senso di comunità planetario per salvare il nostro piccolo pianeta. Con Manuela Tomai abbiamo scritto un Manuale di psicologia di comunità (2023) che presenta i valori e le teorie di psicologi moderati e radicali del Nord e Sud del mondo, e esplora i rapporti tra psicologia clinica e di comunità. Poi descriviamo i metodi: come sviluppare il senso di comunita, le reti sociali e il sostegno sociale, come attuare i profili di comunità, come rendere più empowered le organizzazioni e associazioni con l’Analisi Organizzativa Multidimensionale Partecipata, come usare il piccolo gruppo e i gruppi di self help, come fare lavoro di rete, la formazione empowering, l’educazione socioaffettiva, la ricerca-azione partecipata, la valutazione dei programmi di intervento e come diminuire I cambiamenti climatici.
Nella parte finale psicologi clinici e di comunità di generazioni diverse narrano le loro storie professionali che affascinano come romanzi, sorprendono per la varietà e molteplicità delle esperienze, e documentano un patrimonio di creatività, passione e soddisfazione che fa aumentare la speranza e la gioia di lavorare insieme agli psicoterapeuti che promuovono il Manifesto di Assisi.
Spero che troviate qualcosa che vi intriga.
Donata Francescato




